GOOBLE GOBBLE TUMBLELOG

portatore sano di cattivo esempio

San Gennaro ha fatto il miracolo: finalmente Luche’ si è ricordato come si fa il rap. E’ il primo pezzo cazzuto che gli sento fare da quando si so’ sciolti i Co’ Sang. Oggi è un gran giorno!

Caro San Genny

Visto che ti trovi, squagliando squagliando, perché non squagli pur’ ‘nu poc’ ‘e fumm’?

Il popolo ne avrebbe tanto bisogno.

Amen.

Fatevi una cultura, veramente.

"Ma questo è un malocchio!".
"Perché, questo no?!".

"Ma questo è un malocchio!".

"Perché, questo no?!".

Giustissimo. Ma è anche vero che i social, ahinoi, sono alla portata di tutti e tutti possono scrivere la boiata del momento, all’occorrenza. Mentre per finire in TV (da morto) devi essere proprio sfigato forte. 

Giustissimo. Ma è anche vero che i social, ahinoi, sono alla portata di tutti e tutti possono scrivere la boiata del momento, all’occorrenza. Mentre per finire in TV (da morto) devi essere proprio sfigato forte. 

E magari me lo immagino col pollice in su o con le due dita alzate in segno di vittoria. E io nel frattempo lì a irrigidirmi come un povero fesso. No, no, nun me pare proprio ‘o cas’!

E magari me lo immagino col pollice in su o con le due dita alzate in segno di vittoria. E io nel frattempo lì a irrigidirmi come un povero fesso. No, no, nun me pare proprio ‘o cas’!

Non bastava la paura della morte

Io nel mio tempo libero sono abbastanza ipocondriaco. Cioè, in verità anche un po’ sessuomane, però più ipocondriaco che sessuomane. Almeno credo. Nel mio tempo libero. Comunque. Diciamo che mi capita, di tanto in tanto, di pensare che potrei ammalarmi e morire da un momento all’altro. Del resto sono cose all’ordine del giorno. Leucemia, cancro, pertosse. Capita ai bambini, capita ai giovani, capita ovunque. Può capitare pure a me. E pure a te (toccati le palle, grattati una zizza). Qualcuno potrebbe obiettare che non è vita una vita trascorsa a pensare alla morte, ma tant’è. Tutto questo per dire che un poco di paura della morte io ce l’ho. Tu no?

Comunque. Il punto non è questo. Il punto è che ultimamente la cosa che più mi spaventa della morte, non è tanto il fatto di morire, quanto il fatto che qualcuno, tra i miei parenti e i miei amici, potrebbe sentirsi in dovere di scrivere qualcosa su di me sui social network. Ecco, questo pensiero mi terrorizza.

In buona fede, spinto dal dolore e dalla commozione, qualcuno potrebbe commemorarmi pubblicamente, o scrivere sulla mia bacheca qualche fesseria alla quale non posso controbattere. Potrebbero raccontare quello che non sono mai stato, persi e annichiliti da chissà quale vertigine agiografica. Qualcuno che conosco poco o niente potrebbe fingersi affranto e dispiaciuto per la mia prematura dipartita nel tentativo disperato di attirare l’attenzione di qualche fighetta dal cuore sensibile. Qualche amico potrebbe farsi un selfie accanto a me, sul letto di morte, mentre sono pallido, in pieno rigor mortis, e ho un fazzoletto legato intorno alla testa che serve a tenermi chiusa la mascella (qualcuno mi metta almeno gli occhiali da sole, per l’amor del cielo!).

Insomma, tutto questo è spaventoso e non credo di meritarlo; è già un grandissimo cazzo in culo morire giovani, almeno risparmiatemi il rituale a dir poco sconveniente della socializzazione del lutto. Io comunque cerco di non morire, state senza pensiero, ma se dovesse accadere ricordatevi bene queste parole solenni: se il buio mi inghiottisse e l’oblio venisse a reclamare la mia presenza… ehm… come dire, faciteve ‘e cazz’ vuost’!

Il presente vale anche come ringraziamento. 

Si dispensa dai fiori.

"Quando si incomincia a non parlare di una cosa diventa difficile incominciare a parlarne".

Il serpente - Luigi Malerba

"Quando si incomincia a non parlare di una cosa diventa difficile incominciare a parlarne".

Il serpente - Luigi Malerba

In pratica è successo che alcune sere fa ero a Gaeta, al bar Triestina. Ci mancavo da un sacco di tempo, e devo dire che non me la ricordavo così bella, specie con quell’aria di fine estate, specie con quella malinconia composta che aleggiava ovunque, dai vicoli al lungomare, passando per i locali che fanno le Tielle.
Alle spalle della Triestina, oltre il parcheggio, ho notato una cosa nuova, una cosa che non avevo mai visto: un gigantesco negozio di cinesi. Una roba immensa, tre o quattro vetrate, il figlio minore ma pur sempre ben piazzato di Casa Felice che sta ad Arzano. Forse voi non lo sapete, ma i negozi dei cinesi sono nella top five dei luoghi dove non mi dovete mai portare se non volete che finisca sul lastrico (gli altri quattro posti, se vi interessa saperlo, sono: le bancarelle di libri usati, gli store della Lindt, le fabbriche di birre artigianali e Ikea). Che vi devo dire, a me i negozi dei cinesi mi fanno uscire pazzo. Ci spenderei un patrimonio, se soltanto ne possedessi uno. Sarà perché dentro ci trovi di tutto, sarà perché la roba costa così poco che qualche dubbio sul modo in cui l’hanno costruita ti viene, sarà per l’odore venefico che emanano i materiali in esposizione, però io quando entro da un cinese qualcosa me la devo comprare per forza.
E infatti ho comprato un bellissimo (quanto inutile e scadente) rifinitore elettrico per baffi e basette, e l’ho pagato la bellezza di 3 euro e 50 centesimi. La batteria, di marca “Turbocell”, era già inclusa. Una roba di un lusso che non vi dico. Quindi sono uscito, tutto contento, e ho cominciato a ispezionare il mio fantastico acquisto. Ebbene, leggendo le varie didascalie illustrative, il mio occhio è caduto sul bollino bianco che vedete in foto, quello che reca la scritta del produttore e del distributore. E il distribuore, ovviamente, non poteva che essere un certo Jin Li Lai, che ha l’azienda domiciliata nella Duchesca, a Napoli, nei pressi di Piazza Garibaldi. Ero a dir poco commosso, perché quell’informazione aveva l’aria di essere la quadratura del cerchio: PRC - Napoli - Gaeta. Tutto torna, tutto mi riporta a casa. Perché non si fanno affari a Gaeta e nemmeno in Cina, se prima non si passa per Napoli. Perché tutto ciò che fa un giro strano, nel bene ma soprattutto nel male, deve passare per quell’ammasso di umanità brulicante che è la mia bella e maledetta città.

In pratica è successo che alcune sere fa ero a Gaeta, al bar Triestina. Ci mancavo da un sacco di tempo, e devo dire che non me la ricordavo così bella, specie con quell’aria di fine estate, specie con quella malinconia composta che aleggiava ovunque, dai vicoli al lungomare, passando per i locali che fanno le Tielle.

Alle spalle della Triestina, oltre il parcheggio, ho notato una cosa nuova, una cosa che non avevo mai visto: un gigantesco negozio di cinesi. Una roba immensa, tre o quattro vetrate, il figlio minore ma pur sempre ben piazzato di Casa Felice che sta ad Arzano. Forse voi non lo sapete, ma i negozi dei cinesi sono nella top five dei luoghi dove non mi dovete mai portare se non volete che finisca sul lastrico (gli altri quattro posti, se vi interessa saperlo, sono: le bancarelle di libri usati, gli store della Lindt, le fabbriche di birre artigianali e Ikea). Che vi devo dire, a me i negozi dei cinesi mi fanno uscire pazzo. Ci spenderei un patrimonio, se soltanto ne possedessi uno. Sarà perché dentro ci trovi di tutto, sarà perché la roba costa così poco che qualche dubbio sul modo in cui l’hanno costruita ti viene, sarà per l’odore venefico che emanano i materiali in esposizione, però io quando entro da un cinese qualcosa me la devo comprare per forza.

E infatti ho comprato un bellissimo (quanto inutile e scadente) rifinitore elettrico per baffi e basette, e l’ho pagato la bellezza di 3 euro e 50 centesimi. La batteria, di marca “Turbocell”, era già inclusa. Una roba di un lusso che non vi dico. Quindi sono uscito, tutto contento, e ho cominciato a ispezionare il mio fantastico acquisto. Ebbene, leggendo le varie didascalie illustrative, il mio occhio è caduto sul bollino bianco che vedete in foto, quello che reca la scritta del produttore e del distributore. E il distribuore, ovviamente, non poteva che essere un certo Jin Li Lai, che ha l’azienda domiciliata nella Duchesca, a Napoli, nei pressi di Piazza Garibaldi. Ero a dir poco commosso, perché quell’informazione aveva l’aria di essere la quadratura del cerchio: PRC - Napoli - Gaeta. Tutto torna, tutto mi riporta a casa. Perché non si fanno affari a Gaeta e nemmeno in Cina, se prima non si passa per Napoli. Perché tutto ciò che fa un giro strano, nel bene ma soprattutto nel male, deve passare per quell’ammasso di umanità brulicante che è la mia bella e maledetta città.